Stand By Me
Post n°517 pubblicato il 05 Giugno 2009 da sednaa
Le sale d'attesa non
mi disturbano. In fondo si chiamano così proprio perché sono luoghi fatti
apposta per aspettare, no? Voglio dire, non è come attendere una telefonata, un
incontro, una notizia, un verdetto (ho già parlato di questo) mentre si cerca di
vivere il quotidiano... Nella sala d'attesa si viene con cose precise da fare,
con un programma più o meno dettagliato da seguire, con la consapevolezza che
occorre trascorrere la porzione di tempo che separa due momenti ben distinti e
definiti: quello di inizio, con il suo carico di dubbi, incertezze, paure,
aspettative e speranze, e quello di fine, con le risposte e le conseguenze da
affrontare. Sia una visita medica, sia un esame di scuola, una seduta dal
dentista, un'operazione a cuore aperto, un colloquio di lavoro, un appuntamento
dal parrucchiere, l'attesa è comunque uno spazio ben conosciuto tra due punti
variabili (questa credo di averla inventata ora ora). Una specie di dimensione
a se stante, la sospensione dalle attività abituali, una sorta di stand by dal
nostro vivere.
Chiarito questo e
consapevoli che la serietà dei punti di origine e di arrivo influisce
inevitabilmente sulla nostra capacità propositiva, trovare il modo di impiegare
tale tempo, risulta comunque abbastanza semplice. Voglio dire, forse aspettando
l'esito di un lungo intervento chirurgico, non avremo voglia di ridere o
scherzare ma, in ogni caso, sappiamo che dobbiamo far passare quelle ore e
riuscire, preferibilmente, a tener sotto controllo l'ansia. Occorre quindi
isolare questo spazio temporale da tutto il pregresso ed il conseguente.
Io nelle sale d'attesa
ho fatto di tutto. Ho pregato (a mio modo, certo), ho dormito (ricordo che
all'inizio lottavo inutilmente con la testa che calava, poi ho imparato
semplicemente ad appoggiarla al muro e chiudere gli occhi), ho letto (una volta
scriverò dei miei “libri dell'attesa”), ho contato le mattonelline del
pavimento e cercato un impossibile ordine logico nella distribuzione
sequenziale dei colori (non sono ancora riuscita a trovare un quadrato composto
da più di sedici mattonelline chiare e ce n'è uno solo da nove di quelle
scure), ho scuriosato nei discorsi della gente come si fa sulla spiaggia
tastando con mano la famosa morale comune (e assurdamente giocato immaginando
le storie delle persone come fossero personaggi dei film) e affibbiato
nomignoli talvolta malignamente identificativi, ho fatto conoscenze e imbastito
conversazioni, a volte della stessa banalità che criticavo negli altri, altre
inaspettatamente profondi e confidenziali (si resta sempre un po' basiti
rendendoci conto di quel che si è stati capaci di dire), ho fatto decine e
decine di schemi enigmistici e cercati ostinatamente numeri per il sudoku
(banale ma assai efficace), dilettata con giochini elettronici, sfogliate riviste,
fatte telefonate interminabili...
Oggi ho scritto questo
post.
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