OLTRE (quel labile confine tra presenza e assenza)

Post n°477 pubblicato il 22 Aprile 2009 da sednaa




Quando me ne vado lo faccio in silenzio. Senza annunci. Se lo dicessi, una parte di me spererebbe di essere fermata, ma se sono giunta alla conclusione di andarmene significa che so per certo che non verrei fermata, quindi perché aggiungere un’altra mortificazione?

Se però c’è ancora il desiderio di essere fermata, vuol dire che non sono poi così convinta di volermene andare. Per questo, spesso, non funziona. Per questo non lo dico… me ne vado al mattino e ritorno alla sera, nessuno si accorge di niente. Solo io so che sono stata lontana.

Mi conosco. La mia forza di volontà segue meccanismi strani e assolutamente imprevedibili, alla perenne ricerca di bilanciamento tra il desiderio della mente  e la realtà delle cose. Significa che cambio idea in continuazione, mi sveglio e sento che non ho alternativa, arrivo alla sera e penso che sono disposta a qualsiasi compromesso. Dio… è così stancante.

Le mie fughe silenziose non sono indolore… ogni ritorno costa di più e il debito si somma alle ragioni che spingono ad andare, ne aumenta l’urgenza. E ogni volta che si fugge si và un po’ più lontano, forse perché ci si volta più tardi, forse per mettere più distanza.  Ma sempre silenziosamente. Nessuno se ne accorge. Oh, qualcuno potrebbe, qualcuno forse ci prova. Ma il silenzio confonde, il silenzio chiude, il silenzio esclude.

Si, io torno ogni volta ma in realtà resto lontana. Perché la fuga vera è il desiderio di fuggire. La presenza è solo illusione. Io sono già oltre.


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