Una volta, quando frequentavo ancora le elementari, la maestra ci fece fare un tema in cui dovevamo descrivere una giornata in famiglia, ma potevamo scegliere se raccontare la vita reale o inventarci una situazione diversa.
Ovviamente, io scelsi la seconda opzione. In realtà non impiegai neanche un secondo per decidere... Era per me un'opportunità troppo ghiotta per far lavorare la mia già allenata fantasia. Non che mi ritenessi insoddisfatta della mia famiglia, intendiamoci... vivevo con i miei genitori, vicino avevo i nonni, l'ambiente era tutto sommato.. sereno. In una parola sola, "normale” e proprio per questo, forse, non mi ispirava qualcosa di sufficientemente fantasioso. Certo, adesso mi piacerebbe proprio mettermi a ricordare ed a raccontare cosa succedeva in quegli anni, non mi imbarazzerebbe di sicuro, affrontare quella certa reticenza all'esternazione delle emozioni che regnava, quel sottile pudore per le manifestazioni d'affetto e quella leggera avversione alla comunicazione chiara... oggi mi sarebbe più facile leggere le personalità ed i comportamenti dei miei familiari, capire il perché di certe abitudini e di scelte di vita che poi, con il passar del tempo, hanno segnato, nel bene e nel male, le nostre vite...
Ma allora ero solo una bambina e capivo soltanto che la realtà non sembrava abbastanza... romanzabile.
E così mi inventai una bella "famiglia felice” molto prima che ci pensasse il Mulino Bianco. Ad essere sinceri, non era proprio tutta farina del mio sacco (tanto per restare in tema di mulini)... In televisione c'era il telefilm delle diciannove, "La casa nella prateria” (penso lo abbiano passato fino a pochissimi anni fa...) che, certo, aiutava ad idealizzare un certo prototipo largamente rappresentato sia prima che dopo.
Insomma, non voglio stare tanto a giustificarmi... che diamine, avevo neanche dieci anni... mi piaceva da morire l'idea di una casa dove tutti i problemi si risolvevano alla fine dell'episodio!
Seppi, comunque, utilizzare bene quella fonte di ispirazione e la maestra lesse ad alta voce il mio componimento, premiandomi con un bel voto e lodandomi anche con i miei genitori.
Mio padre, però, non fu contento. Di tutta la questione captò soprattutto la parte relativa alla "scelta” di rappresentare una situazione inventata anziché quella reale e vi lesse una sorta di scontento da parte mia. Non che me l'avesse fatto pesare, ma se a distanza di anni ricordo ancora bene la sua reazione, si vede che questa fu abbastanza eloquente.
Sono trascorsi più di trent'anni ed ancora non riesco a capire se, obiettivamente, la mia fu semplicemente lo sfogo di un incredibile desiderio di fantasticare, oppure un'effettiva voglia di fuggire dalla realtà e se questo costituisca una vera e propria regola.
La fantasia è sempre "fuga” o può essere anche solo "viaggio”?
Ovviamente, io scelsi la seconda opzione. In realtà non impiegai neanche un secondo per decidere... Era per me un'opportunità troppo ghiotta per far lavorare la mia già allenata fantasia. Non che mi ritenessi insoddisfatta della mia famiglia, intendiamoci... vivevo con i miei genitori, vicino avevo i nonni, l'ambiente era tutto sommato.. sereno. In una parola sola, "normale” e proprio per questo, forse, non mi ispirava qualcosa di sufficientemente fantasioso. Certo, adesso mi piacerebbe proprio mettermi a ricordare ed a raccontare cosa succedeva in quegli anni, non mi imbarazzerebbe di sicuro, affrontare quella certa reticenza all'esternazione delle emozioni che regnava, quel sottile pudore per le manifestazioni d'affetto e quella leggera avversione alla comunicazione chiara... oggi mi sarebbe più facile leggere le personalità ed i comportamenti dei miei familiari, capire il perché di certe abitudini e di scelte di vita che poi, con il passar del tempo, hanno segnato, nel bene e nel male, le nostre vite...
Ma allora ero solo una bambina e capivo soltanto che la realtà non sembrava abbastanza... romanzabile.
E così mi inventai una bella "famiglia felice” molto prima che ci pensasse il Mulino Bianco. Ad essere sinceri, non era proprio tutta farina del mio sacco (tanto per restare in tema di mulini)... In televisione c'era il telefilm delle diciannove, "La casa nella prateria” (penso lo abbiano passato fino a pochissimi anni fa...) che, certo, aiutava ad idealizzare un certo prototipo largamente rappresentato sia prima che dopo.
Insomma, non voglio stare tanto a giustificarmi... che diamine, avevo neanche dieci anni... mi piaceva da morire l'idea di una casa dove tutti i problemi si risolvevano alla fine dell'episodio!
Seppi, comunque, utilizzare bene quella fonte di ispirazione e la maestra lesse ad alta voce il mio componimento, premiandomi con un bel voto e lodandomi anche con i miei genitori.
Mio padre, però, non fu contento. Di tutta la questione captò soprattutto la parte relativa alla "scelta” di rappresentare una situazione inventata anziché quella reale e vi lesse una sorta di scontento da parte mia. Non che me l'avesse fatto pesare, ma se a distanza di anni ricordo ancora bene la sua reazione, si vede che questa fu abbastanza eloquente.
Sono trascorsi più di trent'anni ed ancora non riesco a capire se, obiettivamente, la mia fu semplicemente lo sfogo di un incredibile desiderio di fantasticare, oppure un'effettiva voglia di fuggire dalla realtà e se questo costituisca una vera e propria regola.
La fantasia è sempre "fuga” o può essere anche solo "viaggio”?
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