Avevo circa venticinque anni e mi piaceva la politica. Ero attivista nella piccola sezione del mio paese, mi impegnavo nelle varie iniziative, collaboravo alla stesura dei programmi, partecipavo a riunioni, assemblee e direttivi; avevo il vantaggio, chiamiamolo così, di essere "donna” e "giovane” per cui venivo coinvolta anche in iniziative mirate a questi target con lo scopo, ovviamente, di sollecitare i relativi bacini di elettorato.
Era interessante, venivo a conoscenza delle dinamiche politiche e amministrative del nostro Comune, mi sentivo parte attiva di un impegno civile, avevo ideali, obiettivi e speranze di miglioramento.
Erano altri tempi.
Era prima di mani pulite, di forza italia e di tutti i rimescolamenti di partiti.
Non dico che fosse meglio o peggio. Era semplicemente diverso. E potevi crederci. Io, almeno, potevo.
Era anche divertente. Nei piccoli paesi, si sa, le fazioni, le scaramucce, le azioni, si accendono di connotati quasi comici.
E gratificante. La mia disponibilità di tempo unita alla giovane età ed al sesso femminile, mi metteva al centro dell' attenzione, insomma, venivo coccolata e anche questo mi piaceva.
Ma sto divagando. L'episodio che voglio raccontare si verificò in occasione di elezioni amministrative per le quali stavamo mettendo a punto la lista dei candidati: una ventina di persone tra le quali sarebbero usciti i tre consiglieri che, presumibilmente, la percentuale di voti ci avrebbe fatto ottenere. Quindi, di venti candidati, solo pochi avevano effettivamente chance di venire eletti e la vera scelta spaziava, ovviamente tra una rosa ristretta di persone.
Durante un'iniziativa politica riguardante la "questione femminile”, così la si definiva allora, la responsabile regionale di partito propose di individuare una rappresentante su cui puntare in modo da convogliare su di lei tutti i voti femminili dandole maggiori possibilità di venire eletta.
Io avrei dovuto essere quella candidata.
Si da' il caso, però, che io avessi affrontato e risolto la suddetta questione femminile all'età di sedici anni giungendo alla conclusione che in certi settori gli spazi vanno dati in base ai contenuti e nn al raggio di appartenenza. In sostanza, ritenevo che, se tre consiglieri dovevamo avere, questi dovevano essere il meglio dei venti candidati affinché la loro azione potesse essere realmente efficace. Ed io nn mi ritenevo affatto una dei tre, nn possedevo ancora esperienze e capacità sufficienti. Per cui, nn solo rifiutai la candidatura, ma proposi di indirizzare i voti femminili su coloro che volevamo davvero in Comune invece di disperderli in nome dell'appartenenza.
Come ho detto all'inizio, avevo venticinque anni, l'entusiasmo tipico di quell'età e, naturalmente, anche la limitata elasticità tipica di quell'età. Insomma, quella era la mia visione e nn la mettevo in discussione.
Questo nn influì minimamente sugli eventi successivi. Venne individuata un'altra esponente femminile che assolse alla sua funzione di attirare voti della categoria senza per altro avere la più piccola possibilità di venire eletta, ed i tre candidati favoriti ottennero le loro poltrone.
Io, come al mio solito, votai secondo coscienza.
Adesso, a distanza di anni e proprio mentre si discute di "quote” e rappresentanze femminili, ancora nn so se la mia idea fosse e sia giusta. Continuo infatti a pensare che nn si dovrebbe ragionare per categorie ma per valore anche se mi sono resa spesso conto che alcune forzature sono necessarie: a volte i meriti ed il reale valore rischia di venire soffocato dagli ingranaggi e dunque andrebbe tutelato maggiormente.
Le riunioni "di donne, per le donne, con le donne” tendono ad indispormi ma poi leggo di lavoratrici che perdono il posto in caso di gravidanza, di donne-manager che per affermarsi devono emulare il modello maschile; vedo tutti i giorni donne fare i salti mortali tra lavoro, casa e famiglia, e se c'è un impegno con i figli è quasi sempre la donna che chiede il permesso dal lavoro.
Si, le cose sono cambiate, magari continueranno a cambiare ma, mi chiedo, è sufficiente il buonsenso a determinare tali cambiamenti? O ci vogliono anche queste benedette forzature?
Era interessante, venivo a conoscenza delle dinamiche politiche e amministrative del nostro Comune, mi sentivo parte attiva di un impegno civile, avevo ideali, obiettivi e speranze di miglioramento.
Erano altri tempi.
Era prima di mani pulite, di forza italia e di tutti i rimescolamenti di partiti.
Non dico che fosse meglio o peggio. Era semplicemente diverso. E potevi crederci. Io, almeno, potevo.
Era anche divertente. Nei piccoli paesi, si sa, le fazioni, le scaramucce, le azioni, si accendono di connotati quasi comici.
E gratificante. La mia disponibilità di tempo unita alla giovane età ed al sesso femminile, mi metteva al centro dell' attenzione, insomma, venivo coccolata e anche questo mi piaceva.
Ma sto divagando. L'episodio che voglio raccontare si verificò in occasione di elezioni amministrative per le quali stavamo mettendo a punto la lista dei candidati: una ventina di persone tra le quali sarebbero usciti i tre consiglieri che, presumibilmente, la percentuale di voti ci avrebbe fatto ottenere. Quindi, di venti candidati, solo pochi avevano effettivamente chance di venire eletti e la vera scelta spaziava, ovviamente tra una rosa ristretta di persone.
Durante un'iniziativa politica riguardante la "questione femminile”, così la si definiva allora, la responsabile regionale di partito propose di individuare una rappresentante su cui puntare in modo da convogliare su di lei tutti i voti femminili dandole maggiori possibilità di venire eletta.
Io avrei dovuto essere quella candidata.
Si da' il caso, però, che io avessi affrontato e risolto la suddetta questione femminile all'età di sedici anni giungendo alla conclusione che in certi settori gli spazi vanno dati in base ai contenuti e nn al raggio di appartenenza. In sostanza, ritenevo che, se tre consiglieri dovevamo avere, questi dovevano essere il meglio dei venti candidati affinché la loro azione potesse essere realmente efficace. Ed io nn mi ritenevo affatto una dei tre, nn possedevo ancora esperienze e capacità sufficienti. Per cui, nn solo rifiutai la candidatura, ma proposi di indirizzare i voti femminili su coloro che volevamo davvero in Comune invece di disperderli in nome dell'appartenenza.
Come ho detto all'inizio, avevo venticinque anni, l'entusiasmo tipico di quell'età e, naturalmente, anche la limitata elasticità tipica di quell'età. Insomma, quella era la mia visione e nn la mettevo in discussione.
Questo nn influì minimamente sugli eventi successivi. Venne individuata un'altra esponente femminile che assolse alla sua funzione di attirare voti della categoria senza per altro avere la più piccola possibilità di venire eletta, ed i tre candidati favoriti ottennero le loro poltrone.
Io, come al mio solito, votai secondo coscienza.
Adesso, a distanza di anni e proprio mentre si discute di "quote” e rappresentanze femminili, ancora nn so se la mia idea fosse e sia giusta. Continuo infatti a pensare che nn si dovrebbe ragionare per categorie ma per valore anche se mi sono resa spesso conto che alcune forzature sono necessarie: a volte i meriti ed il reale valore rischia di venire soffocato dagli ingranaggi e dunque andrebbe tutelato maggiormente.
Le riunioni "di donne, per le donne, con le donne” tendono ad indispormi ma poi leggo di lavoratrici che perdono il posto in caso di gravidanza, di donne-manager che per affermarsi devono emulare il modello maschile; vedo tutti i giorni donne fare i salti mortali tra lavoro, casa e famiglia, e se c'è un impegno con i figli è quasi sempre la donna che chiede il permesso dal lavoro.
Si, le cose sono cambiate, magari continueranno a cambiare ma, mi chiedo, è sufficiente il buonsenso a determinare tali cambiamenti? O ci vogliono anche queste benedette forzature?
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