sia comunque scritto
quindi tanto vale che non sudi..."
(Ligabue - Happy Hour)
Ogni volta che sento questa canzone mi viene in mente mia nonna che era solita dire "quello che è destinato non si sfugge”. In realtà questa frase me la proponeva ogni qual volta le confidavo i miei innamoramenti adolescenziali, ma era una filosofia che adattava praticamente a tutto.
E non era tanto il concetto di destino ad essere fondamentale, quanto il tacito invito ad accettarne le conseguenze senza stare a farsi tante domande esistenziali. Era qualcosa di più complesso della semplice e passiva rassegnazione, era l'esortazione a non lasciarsi prendere dallo sconforto, una sorta di "è inutile piangere sul latte versato”, tanto per stare nel campo dei modi di dire...
Indubbiamente era un banale sistema di difesa dalle disavventure della vita. E un tempo di disavventure ce n'erano davvero!
Ripenso a mia nonna che a vent'anni si era ritrovata vedova e con una figlia appena nata. Un matrimonio durato pochi mesi e interrotto brutalmente dalla guerra...
Avrà avuto anche lei i suoi sogni, no? Che avrà pensato, semplice ragazza di campagna, di fronte a quella realtà che di colui che "era destinato” non ti restituisce che pochi effetti personali? Una realtà che non ti concedeva neanche tanto tempo per prendertela con il caso, il destino, Dio o te stessa perché quel che dovevi fare era, ovviamente, rimboccarti le maniche e darti da fare.
Chissà, forse adesso abbiamo troppo tempo e troppo modo di pensare a tutto quel che non va' per il verso giusto per riuscire a trovare sempre quella determinazione che servirebbe a far muovere il mondo e noi stessi dentro a quel mondo.
Da ragazzina ridevo di quello che mi sembrava l'eccessivo fatalismo degli anziani, ma adesso mi chiedo se noi, generazioni colte, libere ed emancipate, non ci lasciamo trasportare e dominare dagli eventi molto più di loro...
Penso agli occhi di mia nonna, vivaci e per nulla spenti malgrado le avversità del "suo destino” e mi dico che dietro a quell'apparente filosofia spicciola c'era molto di più di quanto abbiamo avuto voglia di capire. Ed il tempo di capire è passato e lo abbiamo perso.
E non era tanto il concetto di destino ad essere fondamentale, quanto il tacito invito ad accettarne le conseguenze senza stare a farsi tante domande esistenziali. Era qualcosa di più complesso della semplice e passiva rassegnazione, era l'esortazione a non lasciarsi prendere dallo sconforto, una sorta di "è inutile piangere sul latte versato”, tanto per stare nel campo dei modi di dire...
Indubbiamente era un banale sistema di difesa dalle disavventure della vita. E un tempo di disavventure ce n'erano davvero!
Ripenso a mia nonna che a vent'anni si era ritrovata vedova e con una figlia appena nata. Un matrimonio durato pochi mesi e interrotto brutalmente dalla guerra...
Avrà avuto anche lei i suoi sogni, no? Che avrà pensato, semplice ragazza di campagna, di fronte a quella realtà che di colui che "era destinato” non ti restituisce che pochi effetti personali? Una realtà che non ti concedeva neanche tanto tempo per prendertela con il caso, il destino, Dio o te stessa perché quel che dovevi fare era, ovviamente, rimboccarti le maniche e darti da fare.
Chissà, forse adesso abbiamo troppo tempo e troppo modo di pensare a tutto quel che non va' per il verso giusto per riuscire a trovare sempre quella determinazione che servirebbe a far muovere il mondo e noi stessi dentro a quel mondo.
Da ragazzina ridevo di quello che mi sembrava l'eccessivo fatalismo degli anziani, ma adesso mi chiedo se noi, generazioni colte, libere ed emancipate, non ci lasciamo trasportare e dominare dagli eventi molto più di loro...
Penso agli occhi di mia nonna, vivaci e per nulla spenti malgrado le avversità del "suo destino” e mi dico che dietro a quell'apparente filosofia spicciola c'era molto di più di quanto abbiamo avuto voglia di capire. Ed il tempo di capire è passato e lo abbiamo perso.
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